Oggi il tavolo per affrontare il futuro di Gaza è il Board of Peace: non esserci vuol dire non poter aiutare il processo di pace in un momento in cui, dopo anni, c’è finalmente uno spiraglio. È la linea che spinge Giorgia Meloni a non avere dubbi sulla presenza dell’Italia, in veste di Paese osservatore, alla prima riunione dell’organismo creato da Donald Trump. A rappresentare il governo giovedì a Washington sarà Antonio Tajani: manca solo l’ufficialità, attesa dopo che il vicepremier e ministro degli Esteri avrà riferito nel pomeriggio al Parlamento. Alla Camera terrà comunicazioni, e la risoluzione del centrodestra formalizzerà il mandato politico all’esecutivo a partecipare anche a «ogni futura attività» che il Board «svolgerà sulla base del mandato ricevuto con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2803».
La ricostruzione
Mentre le opposizioni si compattano contro l’ingresso dell’Italia in ogni forma, il tema del Board è stato affrontato nel vertice di maggioranza convocato a Palazzo Chigi dalla premier (serve farne più frequentemente, ha detto agli alleati). L’idea che sia lei stessa a volare negli Stati Uniti è stata accantonata: sarebbe sovradimensionata la partecipazione del capo di governo per il ruolo di osservatore. Sarebbe stata invece valutata anche la possibilità di schierare un diplomatico di alto rango, ma la freddezza americana ha poi suggerito di inviare il ministro degli Esteri, che è anche vicepremier. «Vogliamo essere protagonisti ma come osservatori, come lo sarà la Commissione europea», ha sottolineato Tajani. In attesa che il ministro esponga la posizione italiana alla Camera (alle 13,30) e davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato (alle 16,45), dal governo fanno notare che è necessario non tirarsi fuori dall’iniziativa, ma aderire per l’Italia è impossibile perché lo statuto è incompatibile con la costituzione. Del resto, si ragiona nell’esecutivo, anche l’Anp è favorevole al Board e alla presenza italiana in un organismo che vede coinvolto tutto il mondo arabo che sostiene la Palestina. Incluso il Qatar, che starebbe valutando di pagare la cifra più alta per la ricostruzione di Gaza tra tutti gli stati membri del Board, con l’obiettivo di aumentare la propria influenza.







